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Gli archi di New Delhi

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Il cielo di New Delhi, la mattina presto. Una spalmata di burro sopra l’ipotesi razionalista della struttura dell’Hotel Pullman di Aerocity, la cittadella degli alberghi di lusso poco distante dall’aeroporto internazionale Indira Gandhi. Una densità, che però sembra anche una possibilità, per chi è finito nella capitale indiana per puro caso, dopo un guasto all’impianto dell’aria condizionata dell’aereo, che ha portato il comandante - al suo ultimo servizio! - a decidere di “dirottare” (lo ha detto lui parlando ai viaggiatori, pensavo non si potessero usare certe parole in volo, ma forse sono io solo un ragazzo degli anni Settanta che si porta dietro i suoi traumi come un inutile talismano) il nostro velivolo a Delhi, dopo qualche ora di sauna nei cieli tra la Thailandia e il Pakistan. E le possibilità si erano aperte già la notte precedente - folle come può esserlo solo una massa di turisti italiani dispersi nel grande mondo della realtà fuori dal pacchetto vacanze - in maniere impre…

Nightswimming

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A un certo punto chiedo a Vittorio di spegnere le luci. La piscina piomba nel buio e l’acqua, fino a poco prima così rassicurante, si trasforma in una lamina nera, vagamente ostile. Bellissima. Mi rituffo, scendo a toccare il fondo, prendo le misure allo spazio che ora riesco a vedere pochissimo e che devo scoprire a mano a mano. Mi sembra di muovermi nella foresta, aprendomi dei varchi ogni volta diversi e non prevedibili prima, la stessa foresta che, quando riemergo, vedo tutto intorno al resort, ancora sostanzialmente carica del suo mistero originale. Ormai è ora di ritornare, di lasciare il Vietnam e la vorticosa incongruenza di questa settimana inconsueta, e la cosa che mi porterò via - come ricordo, rimpianto, manifestazione o talismano, chissà, forse tutte queste cose insieme - saranno soprattutto le nuotate notturne che ho fatto, da solo, in ogni albergo. Degli spazi di totale abbandono alle circostanze, quasi un momento di autoterapia attraverso i colori e i rumori delle pisc…

Il campo e la funivia

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Il villaggio dei pescatori è immerso nel caldo della foresta. Le strade sono di terra e le case di frequente sono baracche, anche se non mancano edifici in muratura curati e freschi. In quella che chiaramente posso definire una baracca un gruppo di persone gioca a carte, con delle banconote a fianco, e ci invita a fotografare, forse anche a partecipare in qualche modo incomprensibile alla partita. Una bambina culla un cucciolo di cane nero, alcuni piccoli giocano con dei mattoncini Lego e altri giocattoli. Le piante incombono e rinfrescano, mentre verso il mare aumentano i detriti e i rifiuti abbandonati. Molti uomini dormono nelle amache, in attesa che i figli più grandi tornino da scuola, con le loro eleganti divise, che a me sembrano uno degli ultimi retaggi del Colonialismo nella versione otto-novecentesca. Il villaggio sorge all’ombra della funivia più grande del mondo, quella che unisce le isole di Phu Quoc e Hon Thom, 7.899,9 metri che attraversano l’arcipelago delle Isole del …

Il Mekong e la Fine di qualcosa

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Dormo per oltre due ore su un autobus, senza neanche approfittare della sosta ristoro. Quando mi sveglio, debitamente confuso e/o terrorizzato, sono arrivato al Mekong e mi aspetta una barca che scenderà attraverso il delta del fiume. È l’esperienza definitiva per arrivare faccia a faccia con l’immaginario più classico della guerra del Vietnam, e anche oltre, perché questo Mekong può essere pure il fiume Congo di Cuore di tenebra e da qualche parte, all’incrocio tra due (forse perfino di più) mondi, si nasconde ancora Kurtz, non necessariamente con le sembianze di Marlon Brando, non necessariamente con qualcuno che ha posto fine al suo comando, non necessariamente con la narrazione di Joseph Conrad o di Francis Ford Coppola. La luce è quasi assoluta, anche se passano delle nuvole; il cemento è quasi bianco; la foresta si estende nelle acque del fiume, limacciose e, mi dicono, “popolate di coccodrilli”, come è giusto che sia. Cerco di assaporare tutto quello che viene prima dell’inizio…

Il gin tonic dopo l'Agente Orange, una notte a Saigon

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Andare di notte per le vie di Saigon, senza mappa né wifi, per di più con in corpo diverse birre e un paio di gin tonic presi in uno skybar sospeso sopra la perfetta percezione di una metropoli contemporanea (poteva essere Chicago, oppure Hong Kong, non era poi così rilevante da là sopra), dopo avere addirittura ballato su musiche di almeno un decennio fa, quindi molto adatte alla mia età, era un’occasione troppo ghiotta per non coglierla. Ho messo le cuffie, ho tirato in dentro, per quanto possibile, la pancia, ho dato una passatina al ciuffo e mi sono messo a camminare, attraversando i deliranti incroci (invero un po' meno affollati la sera tardi) con una sicurezza da veterano. Ho cercato di sentire, passando sotto alberi e palazzi coloniali, attraversando pozzanghere e scavalcando marciapiedi scivolosissimi, tutto il calore della notte vietnamita (la mia povera camicia alla fine della serata sarà chiamata a testimoniare), tutto lo stordimento dell’alcol (anche se sospetto che n…

Orfeo al mercato di Phu Quoc

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Il massaggio comincia quando infilo la testa nel buco alla fine del lettino, e inizio a sparire. Le mani del massaggiatore, un ragazzo dai palmi incredibilmente lisci (al questionario della spa ho risposto “no preference” alla domanda su maschio o femmina, credo per una forma di pudore, o qualcosa di più imbarazzante, non so), si muovono in modo neutro, contribuendo alla sensazione di totale dispersione del concetto di realtà che mi perseguita fino dal raduno del gruppo di giornalisti in partenza per il press trip in Vietnam all’aeroporto della Malpensa. Qui, con la faccia prigioniera di una sorta di camera di tortura orwelliana - in versione soft, certo - e con l’ubriacatura da jetlag in pieno, la scomparsa della realtà si compie fino in fondo (tema ricorrente, lo so, ne scrivo sempre, ma ogni volta è un po' diverso), con l’aggravante appendice di un addormentamento strisciante che mi accompagna, sovrapponendo ulteriori interpretazioni fittizie alla già confusa esperienza che, in…

Giorno 13 bis. Aleph

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L’aereo corre inseguendo la notte, che credo a questo punto sia diventata la più lunga della mia vita. Mi viene in mente Samuel Beckett e il suo Krapp, che forse, alla fine della messa in scena, scopriva che le tenebre da cui aveva sempre tentato di fuggire erano in realtà il suo migliore alleato (questa però è un’illazione, una interpretazione altrui di ciò che in Beckett è solo una frase troncata volontariamente in un nastro registrato, l’ennesima dimostrazione del non poter più nemmeno dire). Mi viene in mente il momento in cui sono arrivato al Media Village la prima sera, nel buio e nel vento di un luogo che era, al momento e probabilmente ancora, indicibile. Ho fatto, perso, rifatto e riperso e poi fatto ancora il conto dei giorni. Appena arrivato mi è stato consegnato il blocchetto dei tagliandi per avere diritto alla colazione, uno per ogni giorno. L’assottigliarsi della mazzetta era il calcolatore oggettivo che tenevo un po' nascosto nel cassetto del mio comodino. È inutil…